Leggere a tre anni – Metodo Doman

leggere a 3 anniGlenn Doman
Leggere a Tre Anni
I bambini possono, vogliono leggere

Armando Editore – aprile 2003
Libro , Pagg. 147
Formato: 13,5×21
Prezzo € 13,00

Anni fa Francesca lavorava in un asilo nido in cui veniva applicato il “Metodo Domanper insegnare ai neonati a leggere e contare. Non era particolarmente entusiasta di dover costringere i piccoli seduti davanti a lei mentre mostrava loro  dei cartelloni con delle grosse scritte sopra di cui ripeteva a voce alta nome e significato.  Anche io ero molto scettico quando a sera mi raccontava di queste lezioncine. Ci sembravano una inutile tortura finalizzata ad avere dei piccoli bimbi prodigio di cui i genitori avrebbero potuto vantarsi con amici e parenti.

Allo stesso tempo però Francesca era colpita da come in realtà la lezione fosse efficace e in parte anche ben accolta dai bimbi come routine quotidiana (in fin dei conti durava al massimo 15 minuti). I bambini “riconoscevano” le scritte e se quelli più grandicelli erano in grado di “leggerle” quelli più piccoli le sapevano perlomeno indicare.

Entrambi avevamo comunque ancora grossi dubbi.  Non ci convinceva affatto proprio la questione del saper leggere inteso come capacità di “riconoscere” delle  scritte: ” si, ok! un bambino a tre anni sarà poi in grado anche di leggere/riconoscere la scritta “Mamma”, “Cane”, “Tavolo”, ecc ecc ma da qui ad aver acquisito la capacità di “comporre” le parole a partire dalle singole lettere e decifrarle ne passa…  ”

La Frà ha poi cambiato asilo nido, e ora non “insegna” più ai neonati a leggere (…  bensì l’inglese…) quindi per un pò ci siamo dimenticati del Metodo Doman.  Ora che però abbiamo avuto noi un bambino, abbiamo riflettuto sull’opportunità di trasmettergli “precocemente” questa competenza. In effetti siamo entrambi voraci lettori, e con la nostra associazione abbiamo anche aderito al Progetto Nati Per leggere, e da quando è nato gli leggiamo ad alta voce ogni genere di libricino, quindi ci siamo detti “perchè no?”.    Durante una delle nostre incursioni in libreria ci siamo procurati il libro di Glen Doman e ci siamo documentati un po anche in internet.

Ebbene,  quello che abbiamo scoperto, ci ha davvero stupito e un pò sconvolto, abbiamo pensato di condividerlo con voi attraverso alcuni post.  I dubbi però sull’utilità, efficacia, e sui metodi da utilizzare per insegnare a leggere ad un piccolissimo sono ancora tanti, cosi come tante sono le discussioni che si possono trovare sul web ( e che speriamo di rilanciare anche sul nostro blog).

La prima domanda che spesso molti si pongono è “Perchè mai dovrei insegnare a leggere ad un bambino  sotto i 3 anni?”  La risposta che Glenn Doman ci dà è semplicemente “ Perchè mai NON dovremmo?

Glenn Doman è un neuropsichiatra che si è dedicato per anni allo studio del comportamento infantile e specificamente si è occupato di bambini cerebrolesi. E’ proprio studiando e aiutando i bambini celebrolesi che ha scoperto l’immenso potenziale del cervello umano e quanto poco noi lo sfruttiamo.  Infatti si era accorto che alcuni bambini con gravi lesioni al cervello erano riusciti ad eguagliare o addirittura superare le capacità cognitive e mnemoniche di alcuni bambini normali.  Questo lo ha spinto a chiedersi non tanto cosa ci fosse di eccezionale in tali bambini disabili, ma quanto non andasse nei bambini normali...   Ha quindi scoperto che fino ai 6 anni i bambini hanno enormi potenzialità di apprendimento e una insaziabile sete di conoscenza.  Dopo i 6 anni (proprio quando inizia l’istruzione “ufficiale”) il nostro cervello  “perde” progressivamente questa magnifica capacità di apprendimento.   Noi adulti quindi dovremmo quindi assecondare in ogni modo la conoscenza del mondo da parte del bambino, e farlo nel momento in cui il suo cervello è più recettivo.

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Siccome la lettura è una delle tante forme di conoscenza e permette al bambino di fare esperienza del mondo, anche attraverso la lettura,  siano i cartelli stradali o pubblicitari, siano fiabe o romanzi, fargli acquisire precocemente questa competenza gli permetterebbe di soddisfare il suo primario bisogno di “imparare” dal mondo circostante.

Il metodo Doman è nato inoltre dalla constatazione che molti bambini avevano cominciato ad imparare a leggere da soli, senza il coinvolgimento degli adulti, con l’avvento della pubblicità e della televisione. Infatti nelle pubblicità (siamo negli anni 50-60) il venditore pronunciava e ripeteva ad alta voce le parole che apparivano a caratteri cubitali sullo schermo:  SALDI, SCONTI, grandi occasioni ecc ecc  e i bambini riuscivano a riconoscere quelle scritte e a leggerle.  Da qui la meravigliosa intuizione.  I bambini non riescono ad imparare a leggere perchè vengono usati caratteri troppo piccoli. In effetti, se ci pensiamo, quando parliamo ad un bambino usiamo un tono molto diverso da quello che usiamo parlando fra adulti, più lento, scandito, più enfatico.  Tutto questo serve per abituare il cervello del bambino a riconoscere e differenziare i suoni,  e quindi le nostre parole fra di loro e dai rumori circostanti.  Perchè non ci siamo mai preoccupati di farlo anche con le parole scritte?   Da qui nasce la tecnica di insegnare a leggere ai bambini tramite pannelli e cartoncini raffiguranti parole a caratteri enormi che progressivamente  si riducono  al crescere del bambino e della sua capacità di riconoscerle.   Ogni pannello viene mostrato e letto ripetutamente al bambino in diversi momenti della giornata, per alcuni giorni, finchè non è in grado di leggerlo o, se il bambino non parla ancora, perlomeno ad indicarlo, per poi passare ad un nuovo pannello raffigurante una nuova parola.  Si inizia con mamma, poi papà e poi tutte le parole relative al corpo e al mondo prossimo al bambino.

Alla fine del libro devo dire che ero affascinato, anche perchè tutte le obiezioni che vedono l’insegnamento precoce come un metodo coercitivo vengono ampiamente smentiti.  Tutto il processo deve avvenire in un ambiente, rilassato e giocoso ed è fondamentale la relazione che si viene ad instaurare tra il genitore e il bambino senza pressioni o aspettative di alcun tipo. Per il bambino vedere le scritte, sentirle leggere dal genitore, poterle indicare e leggere ed essere lodato per questo DEVE essere un gioco, un gioco divertente e affascinante che gli dà la possibilità di conoscere il mondo anche attraverso la parola scritta.  La prerogativa di Doman è sempre: se il bambino si annoia o si dimostra insofferente la seduta di lettura va sospesa.

Questo ha ribadito la mia convinzione che spesso, nel seguire una teoria educativa o un metodo pedagogico,  ci si fa prendere troppo la mano, ci si focalizza troppo sul risultato, e si finisce per dimenticarsi  del bambino e dei suoi bisogni e magari a recare più danni che benefici ( o come minimo a creare una futura resistenza – repulsione per tutto ciò che si voleva insegnare-trasmettere, sia la lettura, la musica o uno sport…).

PS:  Una curiosità che mi ha fatto sorridere ed inorridire in alcune parti del libro è la schiettezza e il modo politically-INcorrect dell’autore di trattare alcuni temi, ma che evidentemente era la norma nel 1961:  mi riferisco alla leggerezza in cui i bambini con problemi mentali vengono definiti , deficienti, idioti o simili ad un legume


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37 pensieri riguardo “Leggere a tre anni – Metodo Doman”

  1. Domanda n. 1: Ma se un bambino comincia a leggere a tre anni, quando va a scuola non si rompe le palle?

    Le altre domande le devo maturare…

  2. Bella domanda. A dire il vero è la prima domanda che ci siamo posti anche io e Francesca. Ed è anche ora che abbiamo iniziato a giochicchiare con i cartoncini da lettura che ho preparato (a presto il tutorial..) il dubbio più ricorrente.

    In effetti è una delle prime domande a cui lo stesso Doman risponde nel capitolo “critiche e obiezioni”.
    E’ assolutamente probabile che un bambino che arriva a scuola sapendo già leggere finisca per annoiarsi. Come minimo.

    In realtà gli scenari drastici che mi immagino sono:

    Ale che si rompe le palle a sentire la maestra pronunciare tutto il giorno “Bambini, ripetete… A Albero!” e quindi diventa insofferente allo studio, alla scuola, sta irrequieto nel banco, e diventa così il bambino problematico della classe.

    Ale che immancabilmente alza la mano e risponde entusiasta ogni volta che la maestra chiede “Forza bambini, ditemi cosa c’è scritto qui…” e per questo diventa il cocco della maestra oppure le risulta odioso. In entrambi i casi sarà pesantemente oggetto di bullismo dai compagni

    Però, nonostante i dubbi, concordo con Doman quando dice che il fatto che potrebbe annoiarsi a scuola non deve farci desistere dall’insegnare ai nostri bimbi a leggere (ricordandoci sempre che la nostra finalità non deve essere allevare un piccolo bambino prodigio, ma dargli la possibilità di soddisfare anche tramite la lettura, la sua sete di conoscenza).
    Anche perchè questo dubbio può essere facilmente esteso a qualunque altro aspetto dell’educazione: la paura della noia, dell’invidia o del sentirsi diversi non dovrebbe mai farci deviare dai nostri ideali.

    Non posso rinunciare ad insegnare a mio figlio la gentilezza e la buona educazione solo perchè probabilmente i suoi compagni saranno quasi tutti teppistelli screanzati… Allo stesso modo se penso che leggere sia importante, oltre che bello e gratificante, non voglio privare mio figlio di questo utile piacere solo perchè la media degli italiani legge meno di un libro ALL’ANNO!

    Tu come ti sei trovata ad affrontare divergenze educative tra i tuoi figli ed i compagni? Ciao, a presto Davide

  3. Eccomi!
    Sì, dunque, in realtà tre dei mie figli hanno imparato a leggere prima di andare a scuola e due in particolare molto presto. Lorenzo l’estate prima di fare l’ultimo anno di asilo in montagna veniva una volta alla settimana in biblioteca con me e si prendeva tre libri da leggere (aveva cinque anni e leggeva libri di una trentina di pagine) e caterina (che ha quattro anni e mezzo adesso) legge lo stampatello e in parte anche il corsivo.
    L’unica che è andata a scuola ‘ignorante’ è camilla che non ha mai manifestato alcun interesse per lettere e parole, ma comunque in tre mesi a scuola ha imparato tutto.
    Come si sono trovati? Come i primi della classe all’inizio, naturalmente (ma solo all’inizio). Annoiati? Direi di no, perchè a scuola si deve imparare a stare seduti, a parlare solo alzando la mano, a rispettare gli altri compagni, a instaurare un rapporto con l’adulto, ad accettare le correzioni… tutte cose molto più difficili dell’imparare a leggere e a scrivere!!!
    Sul metodo Doman in primis ammetto di non conoscerlo a fondo; dopodichè ammetto che non mi corrisponde granchè…
    Io ho letto pochi libri di psicologia infantile e affini, ho agito sempre un po’ d’istinto coi miei figli e il mio istinto mi ha sempre detto e mi dice tuttora di lasciare che seguano naturalmente le loro inclinazioni, ciascuno con il suo tempo.
    Infatti non ho insegnato a nessuno a leggere, a contare, a fare addizioni, ho semplicemente risposto alle loro domande ‘mamma che lettera è questa? Mamma cosa c’è scritto qui? mamma quanto fa due più due? ecc. ecc.
    Camilla non mi ha mai chiesto queste cose prima di andare a scuola (non le è mai interessato), eppure settimana scorsa mi ha portato a casa una pagella di tutti otto e nove.
    Giacomo (il primo) a tre anni e mezzo a una festa ha sommato noi famiglia più i nonni e ha capito i rudimenti dell’addizione. A quattro anni faceva correttamente le addizioni fino al dieci (all’asilo era un po’ un fenomeno fa baraccone). Ora in matematica ha sempre 10 e la sua maestra riconosce in lui una certa genialità in questa materia, ma non penso che avremmo potuto insegnargliela noi…
    Insomma non so se sono riuscita a spiegarmi: insegnare a leggere a un bambino molto piccolo è sicuramente fattibile, su questo non ci sono dubbi, però mi sembra comunque un’ imposizione in un certo senso, una cosa che fa più piacere a noi genitori che a lui, il quale in fondo, finchè non manifesta un interesse personale (a tre, a quattro, a cinque anni, ma anche a sei) non ne ha bisogno.
    Detto questo, non è che trovo riprovevole una cosa del genere eh… assolutamente no; io non l’avrei fatto, nemmeno se avessi conosciuto il metodo, però voi fatemi sapere perchè è comunque molto interessante!

    PS Io ho imparato a leggere che avevo quasi sei anni (poco prima di andare a scuola) e sono sempre stata una divoratrice di libri, una che si iscriveva a tutte le biblioteche del mondo fin da bambina. Mio marito non ha letto niente, nemmeno cuore, nè i Ragazzi della via pal, niente di niente, eppure anche lui è andato a scuola che sapeva leggere e tra l’altro ha sempre avuto ottimi voti (a differenza mia). Ma la passione per la lettura evidentemente nessuno è riuscito a ‘suscitargliela’ più che insegnargliela. Ecco questa secondo me è una mancanza più grave, non è tanto importatnte dare la possibilità a tre anni piuttosto che a cinque di leggere, ma alimentare una passione per la lettura che poi rimane nella vita.

    SONO STATA SPIEGATA?

    Un bacione al bellissimo ale che comunque si merita di tutto e di più!

  4. Ciao Chiara, allora… indubbiamente la cosa più importante è suscitare la passione per la lettura più che far imparare a leggere prima del dovuto. Anzi proprio la paura di arrivare ad avere un figlio che SA LEGGERE a 3 anni ma NON LEGGE a 10 – 20 -30 anni perchè è arrivato a odiare i libri (oltre che i genitori) è ciò che ci fa sospettare di più di tutte queste “pratiche educative”…
    Quello che speriamo di fare è giocare tantissimo con Ale offrendogli tanti stimoli su cui, se vorrà, potrà autonomamente sviluppare degli interessi. Il suggerire al bambino di contare quante persone ci sono alla festa è decisamente meglio di metterlo davanti ad un cartoncino con dei numeri, ma contemporaneamente preferisco mettergli ogni tanto davanti dei cartoncini con su scritto mamma, papà, naso, cane ecc piuttosto che scoprire che a furia di guardarsi intorno in città riesce a leggere nike, vodafone, burger king…
    (in fondo questo è stata la constatazione di Doman – se i bambini riescono ad imparare a leggere da soli grazie alle pubblicità, perchè non indirizzare la loro attenzione su dei contenuti un pò più validi?)
    ciao e a presto Davide

  5. Davvero imparano a leggere grazie alle pubblicità?
    Sarà che i miei figli non vedono molto la televisione, se non DVD, e soprattutto non così piccoli… ma io questa cosa proprio non l’ho riscontrata.
    Sinceramente non saprei cosa li ha ispirati quando hanno cominciato a riconoscere le lettere e le parole… anzi anche le due che hanno cominciato a leggere da poco una parola come NIKE o VODAFONE non la riescono a leggere proprio perchè estranea al meccanismo di suono + suono (sillaba+ sillaba) che hanno imparato.
    Beh, ma comunque quelli che vedono così tanta televisione da impararne slogan e parole, dubito che siano dei grandi amanti della lettura e dei libri…

  6. Beh, non ti saprei dire se ora imparano a leggere dalla pubblicità. Sul libro si riferisce alla pubblicità degli anni 60 che era molto più semplice e ripetitiva. Però non escluderei che il fatto di essere circondati da cartelloni con scritte enormi, di cui sentono spesso il nome, non li aiuti ad associare testo scritto e suono. Probabilmente ho citato le marche sbagliate perche tutte straniere, ma riguardo all’influenza della pubblicità mi era venuta in mente la Vodafone per una cosa buffa successa alla Frà quando insegnava l’inglese al nido: una mamma le ha fatto i complimenti per l’efficacia del suo insegnamento perchè il suo bimbo di un anno e mezzo continuava a ripetere Life is Now!! … …

  7. Anch’io ho comprato il libro di Doman e la prossima settimana proverò ad applicare il metodo. E poi vediamo un po’ come va. Tutto sommato credo che sia di gran lunga più noioso per il genitore che per il figlio. Infatti, il tutto funziona solo se c’è costanza, un po’ come togliere il pannolino. Mio figlio mi chiede spesso di leggere insieme i suoi libri e, indicando il testo scritto, vuole sapere “quale figura” sia. Mi sembra quindi un segnale di un certo interesse, tale da farmi provare. Quando racconto le mie intenzioni alle altre amme mi disapprovano. Invece, secondo me è proprio come dice Doman: l’educazione alla parola e ai suoni è spontanea fin dai primi giorni di vita, non si aspetta mica che il bambino sappia tenre in mano un microfono. Se c’è interesse perchè non provare? E non penso proprio che a scuola poi si annoino: la loro fame di conoscenza è enorme.

  8. mi trovo veramente a disagio tra queste discussioni cosi’ prive di contenuti. ho letto i libri di glenn doman che ho trovato su ibs, sono belli e commoventi, sono il regalo piu’ bello che si possa fare ad un bambino. questo metodo si cura dello sviluppo equilibrato del cervello, non sviluppo precoce. lo shock piu’ grande l’ho avuto leggendo il suo libro sullo sviluppo fisico, ha letteralmente spazzato via tutto quello che sapevo sulla cura dei neonati, praticamente le normali cure materne impediscono lo sviluppo fisico del bambino e di conseguenza lo sviluppo del cervello.
    dopo aver letto i libri che ho trovato mi e’ venuta voglia di denunciare i normali asili basati su vecchi schemi che impediscono il naturalmente magnifico sviluppo psicofisico dell’essere umano, ma creano volutamente degli uomini tarati e senza strumenti ne’ sicurezza interiore. cercate glenn doman su youtube e ditemi se quelli che vedete non sono bimbi stupendi. il metodo doman e’ il metodo del futuro, non del passato.

  9. Cara Francesca,
    io, personalmente, su questo argomento sono sulla sponda opposta. Cioè sono molto contraria a insegnare a leggere a bambini non solo al di sotto dei 3 anni, ma pure dei 6!

    Come si sarà ben capito da altri topic, io sono più per l’apprendimento spontaneo…e – diciamocelo – è difficile che un bambino di 3 anni spontaneamente venga a chiederci cos’è la tale lettera o come si legge la tale parola, a meno che non sia stimolato in quel senso.

    Devo dire che non ho avuto tempo di leggere con calma la pagina sul tuo blog, ma mi ha colpito questa frase.

    La prima domanda che spesso molti si pongono è “Perchè mai dovrei insegnare a leggere ad un bambino sotto i 3 anni?“ La risposta che Glenn Doman ci dà è semplicemente “ Perchè mai NON dovremmo?“

    Perché mai non dovremmo?! Perché il concetto di lettura (e scrittura) implica l’apprendimento di associazione segno grafico/fonema che è un concetto intellettivo che investe delle aree del cervello umano che in un bambino di 3 anni, ma pure qualsiasi età sotto i 6-7, sono ancora immature. Certo che il bambino apprende, ma sostanzialmente lo stiamo plasmando. Quanto c’è di SUO in questo apprendimento?
    Inoltre concentrare le energie in queste aree significa toglierle ad altre aree, compromettendo lo sviluppo armonico del bambino.
    Accaniti oppositori della lettura prima dei 7 anni sono gli steineriani, ma non sono gli unici. La pedagogia contemporanea si sta rivedendo in tal senso. Un tempo era considerato un pregio ANTICIPARE: se prima leggevano a 5 anni, percHè non a 4? E why not? a 3? Magari prima che parlino pure!!!!! Vogliamo battere un record?
    Ora si tende a considerare il bambino sotto vari aspetti che vanno al di là di quello solo intellettivo. Ha ben altre facoltà da sviluppare e c’è un giusto tempo e un giusto ritmo per ognuna di queste.

    Non so…a me sembra così assurdo, vantarsi di riuscire a insegnare a un bimbo così piccolo a leggere. Mi sembra un esperimento al pari di quello di insegnare a parlare ai pappagalli.
    E personalmente, oltre che pensare che non sia affatto utile, credo proprio che sia dannoso.

    Comunque, ripeto, in questa mia visione sono molto influenzata dall’antroposofia (che pure per altri aspetti non sempre condivido), quindi se vi interssa, potete trovare lì dei riferimenti.

    Sempre dal blog di Francesca, cito: …ricordandoci sempre che la nostra finalità non deve essere allevare un piccolo bambino prodigio, ma dargli la possibilità di soddisfare anche tramite la lettura, la sua sete di conoscenza.

    Ecco, la “sete di conoscenza” del bambino per me è fondamentale e, secondo me, il bambino ha sete di vita, del mondo, del mondo vivo, non tanto di quello scritto, raccontato, ma di quello che può vivere egli stesso, ha sete di esperienza e prima di tutto io cercherei di soddisfare QUESTA sua sete, che già non è facile soddisfare. Anzi, se solo si impiegasse la giornata a ster dietro alla loro “sete” non avremmo neanche più quei 15 minuti da dedicare al “metodo” per fargli apprendere questo o quello.
    Che so…anzicché fargli “leggere” che di notte ci sono la luna e le stelle, basta portarlo fuori e fargli alzare gli occhi al cielo (certo a Milano è difficile che veda qualcosa!!!!! Scusate, questa era cattiva 😈 ).

    E poi è vero che il cervello umano è solo minimamente utilizzato, ma vi sono tantissime altre potenzialità. Perché non curiamo allora l’ascolto, il tatto, l’olfatto, sensi che sono caduti in subordine rispetto alla vista? Perché non portiamo i nostri figli nella natura e li lasciamo ascoltare il fruscio delle foglie, i tonfi sull’erba, il cinguettio degli uccelli, lo stridio dei grilli; perché non gli “insegniamo” gli odori, i sapori?
    Pare che quando si tratta di “insegnare” qualcosa venga in mente solo la lettura, la scrittura e i numeri. E certo poi che il cervello umano si atrofizza!!!!!!!

    C’è poi un altro discorso: l’apprendimento del tipo descritto da Francesca, per quanto NON coercitivo, rientra comunque in un tipo di apprendimento PASSIVO. Noi vogliamo che i nostri figli si abituino a subire le informazioni? a riceverle passivamente? O vogliamo che siano parte ATTIVA del loro percorso formativo?
    Ciao
    Sole

  10. Ciao
    io sono della stessa opinione di Sole, non so molto delle varie teorie pedagogiche ma ad “istinto” un bambino mi sembra già abbia da imparare molto nel giro di breve tempo (star seduto , camminare, parlare, coordinare i movimenti ,et etc) dirigere i suoi sforzi verso una attivita’ che a quell’età e di fatto inutile mi sembra gratificante per i genitori, ma per lui ? a che pro? se anche sapesse leggere le lettere a meno di tre anni riuscirebbe a capire il senso della parola scritta e usarla per comunicare ? o si tratta di riconoscere un segno e dire : questa è la A…?
    oggi pomeriggio osservavo mia figlia (23 mesi ) che raccoglieva dei fiori e li infilava nei buchi della recinzione del cancelletto del giardino,lo scopo sembrava essere “decorare” il cancello, farli stare su : i primi avevano il gambo corto e cadevano nel vuoto, poco dopo ha capito che doveva lasciare il gambo lungo e faceva piu’ attenzione nella raccolta, poi con estrema cura li infilava nei buchi e faceva attenzione che la corolla restasse incastrata…. mi è sembrata una lezione di fisica sufficiente per una bimba piccola.
    Manu

  11. A Natale ad Angelica hanno regalato un computer per bimbi, lei e Cristiano (5 e 3 anni) hanno imparato tutte le lettere. Per la W c’era wurstel, e ogni volta che in tv c’era la pubblicità del film W su Bush Cristiano urlava Wurstel 😆

    Da quel poco che ho capito, credo che il metodo sia una cosa simile. Un gioco con le parole e le lettere. Io l’ho sempre fatto perchè lettura e scrittura sono sempre state la mia passione fino a essere il mio lavoro, quindi in casa mia ci sono libri in quantità. E magari loro riconoscono anche le parole Barbapapà o mamma o cose così.

    Però, onestamente, non credo faccia molta differenza. Avranno più familiarità con le parole, certo, come qualcuno altro avrà dimestichezza con animali o piante, cose per cui io son negata. Però, alla fine, un bimbo di 6 anni a scuola in un anno sarà alla pari di chi ha cominciato a leggere a 3, mediamente.
    Io sono andata a scuola che sapevo leggere, ma solo perchè ero tanto appassionata di libri che piano piano con mia mamma ho imparato. Ma non è che leggevo romanzi.

    Insomma, anch’io ci vedo principalmente una soddisfazione dei genitori. Poi magari danni non ne fa, questo non lo so, però non ne vedo una grande utilità

  12. Su questo non sono d’accordo: sia la mucca vera che il disegno di una mucca sono qualcosa di concreto. Le parole, al contrario, sono concetti astratti. I concetti astratti per loro stessa natura richiedono un impegno differente per essere acquisiti e assimilati. Uno sforzo della mente che può anche essere eccessivo per un bambino troppo piccolo.
    Ripeto: coinvolgono aree del cervello che in un bimbo di tre anni sono ancora troppo immature.

    Diversissimo è il discorso della lettura ad alta voce, cioè del leggere ai figli qualsiasi cosa, che sia una fiaba, o il romanzo che ci sta appassionando. Sono pienamente d’accordo nel passare ai propri figli l’amore per la lettura, ed è certo che, a un certo punto, mentre gli leggiamo la sua fiaba preferita dal libro, lui improvvisamente scoprirà che sul libro ci sono dei segni e che noi seguiamo proprio quei segni nel leggere. E ci chiederà cos’è questo? Ed ecco il suo primo approccio con la lingua scritta! Se la domanda viene SPONTANEAMENTE da lui a 3 anni, non è che io mi tiro indietro, rispondendo: “no, niente, non ti preoccupare!” Risponderei: “qui c’è scritto bimba, o cane, o mamma, o quello che è”. Può essere che la risposta per lui sia sufficiente, la immagazzina, la mette da parte, la userà più avanti, oppure che voglia indagare meglio. Mi farò guidare da lui. Ma non sarò io ad approfondire, dicendo: “Vedi? C’è scritto M-A-M-M-A”.

  13. Ciao Davide,
    in realtà questo è un presupposto di Doman, ed è forse vero che un tempo veramente ci si rivolgeva ai bambini come se fossero scemi o mezzo sordi, alzando il tono della voce, scandendo le parole, usando nomignoli stupidi anzicché le giuste denominazioni delle cose.
    La tendenza attuale è invece quella di non considerare i bambini dei “subumani”, ma persone a tutti gli effetti e dunque di rivolgersi a loro esattamente come ci si rivolgerebbe a un adulto: non solo con lo stesso rispetto, ma anche con la convinzione che dall’altra parte c’è un indivisuo che capisce quello che diciamo, anche se non è ancora in grado di riprodurre il nostro linguaggio.
    Io non mi rivolgo alle mie figlie diversamente da come faccio con altri, NON PARLO A LETTERE CUBITALI, perché non sono sorde. Da quando hanno cominciato a muoversi indipendentemente (prima gattonando, poi camminando), chiedevo loro di andarmi a prendere qualcosa che mi serviva nell’altra stanza, che so, ad es: “Mi vai a prendere il cappello che ho lasciato sulla scrivania?” E loro ci andavano, anche se non sapevano dire CAPPELLO, né tanto meno SCRIVANIA, ma sapevano cosa voleva dire.
    Questa idea di dover parlare ai bambini in maniera diversa ha alla base la convinzione che i bambini siano qualcosa di MENO rispetto agli adulti e ne va di conseguenza che il buon adulto si senta in dovere di aiutare il bambino ad assomigliare all’adulto riversando in lui tutte le proprie competenze, senza tener minimamente conto del fatto che il bambino stesso ha le SUE di competenze.

  14. Io mi rendo conto che non sono così esperta da poter rispondere nel dettaglio, non so che differenze ci siano nel cervello tra il riconoscere un disegno o una parola. Credo che il metodo, se fatto con la voglia dei genitori di stimolare, non sia dannoso, anzi sia comunque uno stimolo d’amore e come tale vada preso.

    Io dicevo che non vedevo utilità nel senso che non credo serva un metodo. Ai bambini solitamente piacciono molto i libri, ad Angelica in particolare (lo hanno notato le maestre all’asilo), e quindi credo si avvicinino comunque alle parole. Che a ogni spazio corrisponda una parola diversa, come a ogni micropausa nel discorso corrisponda una parola diversa, è cosa che credo imparino con la confidenza coi libri, senza che si debba applicare un metodo.
    Angelica ha imparato le lettere con un tappetino lavabile con su l’alfabeto: invece di disegnare le copiava e mi chiedeva cos’erano. Cristiano giocava con sua sorella col computer. Non sono metodi, però hanno funzionato.

    Io non sono contraria ad avvicinare i bambini alla scrittura a quasiasi età, credo solo non sia necessario un metodo scientifico.

  15. Tutto quello che impara è il risultato del nostro condizionamento? Proprio tu che fai EC mi dici una cosa simile? Non sei forse pure tu, Davide, a imparare insieme a tuo filgio e addirittura DA tuo figlio? Quando cerchi di capire quando deve far pipì, sei TU che lo obblighi a farla quando fa comodo a te o è lui a darti il segnale: mo sto per farla?
    Lasciando poi da parte i biogni fisiologici che sono un discorso a parte, comunque per me “lasciar libero” un bambino significa appunto NON FARLO GIOCARE con me o con questo e quello, ma lasciare che sia lui a prendere iniziativa e a decidere se giocare col tale gioco, se “leggere” il tale libro (le mie “leggono” senza riconoscere le parole, ma col libro davanti raccontano delle storie fantastiche!), se correre fuori o se starsene a oziare.
    Le mie le ho sempre lasciate libere così: non ho mai proposto niente. Ovvio fanno parte della mia vita, quindi non sempre sono completamente libere, nel senso che, se ad es devo uscire, loro vengono con me anche se sul momento magari vorrebbero starsene a casa. Ma per quanto riguarda le attività, spesso l’iniziativa parte proprio da loro. E ti assicuro che questo non le ha rese delle ritardate, anzi sono molto autonome e hanno una forte autostima. Credo che AUTONOMIA e AUTOSTIMA siano obbiettivi di gran lunga più importanti e duraturi rispetto al semplice risultato immediato.
    Questo volergli INSEGNARE tutto significa anche, come ho già detto, metterli in posizione PASSIVA, loro subiscono l’educazione, non ne sono artefici. Che tu sia vasaio o giardiniere sei TU la parte ATTIVA e loro li consideri solo materia che deve acquistare forma nelle tue mani.

    Io, invece, non voglio essere giardiniere, ma mi piace assistere alla selva intricata e rigogliosa delle loro giovani vite. assisto alla loro VITA e me ne beo!
    Credo che meno ci metto le mani, meglio è! La loro vita per me non è un giardino all’inglese, tutto curato e artificioso, ma un’ esplosione di vegetazione incontaminata, un bosco, nel quale loro possono decidere se farmi entrare, ma io non tocco niente!!!
    Baci
    Sole

  16. …..giocare all’irrinunciabile calcio….
    preferisco che inizi a leggere che a dare calci ad un pallone.
    (noi odiamo il calcio come business, non come sport di quartiere).

  17. ciao a tutte, mi chiamo MARZIA
    ho scoperto il metodo in un gruppo yahoo e ho letto i mess di una mamma che lo pratica con la figlia dal’età di 3 mesi in un’altro forum.
    ci sono diversi blog che ne parlano…

    non l”ho adottato come metodo con Giulia di 3 anni e nemmeno con Ilaria di 6 mesi xrchè mi è subito sembrata una forzatura mostrare “dei cartelli” alle bambine..
    xrò devo amettere che giulia più volte mi ha indicato delle scritte! x sapere il significato..conosce ormai a occhio i marchi famosi e li “legge” di conseguenza..
    leggiamo insieme le scritte belle grandi dei cartelli o dei libri e mi sembra molto interessata.

    quello che più mi ha colpito di questo metodo è il modo in cui il bambino apprende a leggere..molto simile al vecchio metodo “globale relativo”.
    consiste principalmente nel leggere insieme al bimbo le “parole” .
    anzichè insegnare a leggere con le lettere..poi sillabe..ecc..che mete in difficoltà molti bambini xrchè non comprendono bene quello che stanno imparando anche a 7 anni!!..
    leggere insieme ai bimbi le parole permette loro di imparare a leggere “leggendo quello che più interessa”..x poi approfondire anche le sillabe e le lettere in questo contesto…imparano in modo intuitivo – autonomo ad apprendere la lettura!

    non applico questo metodo alla lettera
    xrò mi ha ispirato moltisSimo!!
    e mi ha aperto gli occhi sulla possibilità di poter come madre insegnare a leggere alle mie bimbe “condividendo” con loro anche la lettura.

    IN REALTà SONO MOLTISSIMI I BIMBI CHE A 2 ANNI AD ESEMPIO “IMPARANO A LEGGERE DA SOLI!”
    xrchè l’ambiente che li circonda e pieno di scritte accesibili a loro..
    ci sono altri esperti che hanno “notato” la curiosità del bambino piccolo verso le scritte..e io devo dire che sia mia figlia che mia nipote manifestano questo interesse a 3 anni!
    x quanto riguarda la libertà, io devo dire che entrambe le mie bimbe sono state lasciate libere di fare…ma la maggior parte delle loro attività consiste nel seguire qualche “adulto” che lavora..sonom bimbe di appena 3 anni e sono sempre state seguite molto x lasciarle fare a loro istinto..
    ora vedo che hanno bisogno di avere stimoli da noi adulti!
    di vedere come si svolgono certi lavori..
    è poi con la loro esperienza nello svolgerli che apprendono..ma comunque “cercano sempre nuovi stimoli da seguire”..
    e io credo che i bambini abbiano comunque bisogno di vivere le attività degli adulti..e fionch’è sono così piccoli non le scelgono da se ma “le trovano x apprenderle”.
    e la lettura è una di quese attività!
    e un’ambiente stimolante è meglio di un’ambiente poco stimolante!

  18. Ciao,
    vedo che il post e tutti i commenti sono di un po’ di tempo fa, ma volevo comunque dire la mia…
    Ho una bimba di 9 mesi, con la sindrome di Down. Per questo mi sto informando molto su tutti i metodi che servono per stimolare la crescita dei bambini, sotto tutti i punti di vista. Infatti i bambini con la SdD hanno ritardi nello sviluppo fisico e mentale che si possono pero ridurre moltissimo se opportunamente stimolati.
    Non ho ancora letto il libro di Doman, ma lo faro presto ma comunque ho sentito molti pareri favorevoli per applicarlo con bambini con problemi di apprendimento del linguaggio. Infatti pare che i bambini Down abbiano una memoria visiva molto più sviluppata della memoria uditiva, quindi il fatto di mostrargli i suoni scritti dovrebbe stimolarli ad imparare a comprendere il linguaggio prima e di conseguenza ad imparare a parlare prima (o per lo meno con meno ritardo rispetto ai bimbi “normali”).
    Credo che il metodo Doman serva non tanto ad allevare dei genietti, ma a stimolare il cervello dei nostri bambini e se la cosa é fatta come un gioco, non é imposta e diverte il bambino non vedo cosa ci sia di male!
    Poi a parte qualsiasi metodo, io spontaneamente leggo spesso a Luna, anche se ha solo 9 mesi e non credo capisca quello che leggo. pero le piace, segue le immagini e guarda le scritte e “parla” a modo suo mentre leggo…
    Un’atra cosa molto interessante che sto cominciando a praticare con Luna é il linguaggio dei segni…ne avete sentito parlare?
    I segni usati dai sordo-muti possono essere insegnati ai bebé sin da piccolissimi. Infatti i bambini capiscono cosa diciamo molto prima di poter articolare le parole per esprimere i loro pensieri. Fare i segni con le mani é per loro molto più semplice e puo ridurre la frustrazione di alcuni bambini che vorrebbero comunicare ma non sanno ancora farlo (tanto di più nel caso di bambini con ritardi nell’apprendimento del linguaggio!).

    1. Ciao Veronica. grazie per il tuo bel commento. Speriamo risollevi la “discussione” sul metodo Doman. In effetti anche noi ultimamente l’abbiamo un pò trascurato. Ora che Ale è più attivo e autonomo abbiamo un pò ridotto “l’esposizione” alle scritte del Doman e siamo passati alla lettura di libricini vari che ora lo coinvolgono molto di più.

      Credo che il metodo Doman serva non tanto ad allevare dei genietti, ma a stimolare il cervello dei nostri bambini e se la cosa é fatta come un gioco, non é imposta e diverte il bambino non vedo cosa ci sia di male!

      Questo è l’attitudine fondamentale che si deve avere e che anche noi non smetteremo di ripetere!

      anche se ha solo 9 mesi e non credo capisca quello che leggo. pero le piace, segue le immagini e guarda le scritte e “parla” a modo suo mentre leggo…

      certo, il doman, il leggere ad alta voce, il parlargli un altra lingua, il fargli ascoltare musica, insegnargli i segni, sono tutte attività che da piccolissimi può darsi che non “capiscano” però di sicuro assimilano, di sicuro stimolano il loro cervello e soprtattutto permettono a noi di trascorre del cosiddetto “quality-time” tanto tempo in più con loro in cui ci sono fortissimi e affettuosi coinvolgimento e attenzione reciproci. purchè come detto sopra, non siano imposte e siano vissute giocosamente e non come causa di stress ( per noi che vogliamo raggiungere e vedere risultati, e per loro che magari vorrebbero fare altro o giocare “senza scopo”) .
      Del linguaggio dei segni ai bambini piccoli ne abbiamo sentito parlare spesso ed è una cosa che ci affascina tantissimo però finora non abbiamo avuto il tempo di approfondirlo. Ci informeremo anche grazie al tuo bel blog.
      ciao

  19. Buongiorno, sono una mamma di origine russa che vive in Italia da 15 anni. Sono laureata in pedagodia ed insegnamento. Da noi il metodo Doman e’ conosciuto da un bel po’. Io ho cominciato ad applicarlo insegnando a mia figlia quando lei aveva gia più di tre anni (che secondo Doman sarebbe già un pò tardi). Io ho modificato un’ pò il metodo addattandolo alla mia figlia (che e’ sana e non cerebrolesa). I risultati sono stati, come dire, mozzafiato…Non solo ha imparato a leggere e scrivere in un sacco di lingue (6 vive, 2 morte), e’ avanti anni luce in tutte le altre materie e, la cosa piu importante, non ha mai avuto problemi a scuola tanto temuti dalle mamme italiane che hanno commentato sul argomento. Mia figlia e’ semplicemente brillante in tutte le materie scolastiche rimanendo sempre la ragazzina della sua età. Ho divuto anticiparle un anno di scuola, adesso ha 13 anni e va al liceo. In tutti questi anni, a parte lo studio e la lettura (leggeva mediamente 100 pagine al giorno gia al eta di 8 anni ) ha fatto un sacco di attività extrascolastiche come il nuoto agonistico, danza, recitazione, disegno, karate ecc. Viaggiando, andando al cinema, divertendosi con gli amici. L’insegnamento precoce non le ha tolto niente, le ha dato tutto! Siccome e’ gia grandina e i risultati hanno dimostrato la validatà del metodo vorrei scrivere un libro basandosi su questa mia esperienza unica, magari collaborando con qualche genitore italiano che é convinto dell’importanza dell’insegnamento precoce. Non per vantarsi davanti agli amici. Per rendere il percorso scolastico ed educativo del vostro figlio facile e divertente . Chi fosse interressato a questo mio progetto mi contatti all’indirizzo olgadam@yahoo.it

  20. Riporto in auge questa discussione perchè ieri sera mia figlia di 3 anni ha scritto da sola il suo nome.
    Argh!
    Soddisfazione e panico.
    Non sono una mamma che spinge a imparare. Non voglio che impari a leggere e escrivere ora.
    Però è anche giusto non fermarla credo.
    Sta facendo praticamente tutto da sola e visto che mi chiede aiuto è giusto rifiutarglielo?
    Non credo.
    Vi rimando al post che ho appena pubblicato sul mio blog in merito se volete lasciare qualche commetno. Sarà MOLTO bene accetto.
    http://www.mammachetesta.com/2011/02/ok-mi-arrendo.html

  21. Buongiorno a tutti, la discussione è vecchia ma io ci sono arrivata solo ieri sera. Ho una bimba di 3 anni molto curiosa e molto incuriosita dai libri e dalla musica. Continuamente arriva con dei libri per chiedermi cosa c’è scritto, prova a contare e….(e qui mi sono spaventata e ho pensato di dover correre ai ripari) afferma da un po’ che vuole suonare il violino. Quest’anno avremmo potuto iscriverla a musica con il metodo suzuki ma mi sono rifiutata perchè ho troppa paura che bruci le tappe. Ma la sua sete di conoscenza mi fa pensare che dovrò trovare una strada e forse il metodo doman potrebbe fare per noi. Visto che sono passati un po’ di anni da quando è stato scritto questo post, come sono andate le cose per i bimbi e per i genitori che hanno utilizzato il metodo doman? potete raccontarmi le vs esperienze? Grazie

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